Love makes a family
In Usa le famiglie si fanno in tanti modi, anche con l'adozione e la gestazione per altri. Una cosa bellissima e tragica insieme, a volte difficile da capire per noi italiani.
Se c’è un campo in cui le differenze culturali tra Usa e Italia sono ancora gigantesche, questo campo è l’dea di famiglia, come ci ricordano puntualmente i casi più o meno famosi di cronaca. Oggi sono le rinnovate polemiche sulla gestazione per altri scatenate dal nuovo libro di Chiara Tagliaferri che insieme al marito ha avuto una bambina nata in Arkansas dall’utero di un’altra donna e con gli ovuli di un’altra ancora (la proceduta standard che si usa: non si usano mai gli ovuli della testatrice). In passato è stato il caso di Enea, il bambino lasciato dalla madre biologica nella Culla per la Vita alla Mangiagalli insieme a una lettera che aveva scatenato appelli per ritrovarla, il più famoso firmato da Ezio Greggio. Ecco, in entrambi i casi le polemiche seguite mi hanno fatto pensare a quanto distanti siano le visioni di famiglia. In Italia prevale una visione molto centrata sul legame di sangue, per cui la vera madre è colei che li partorisce e quella adottiva o che non lo ha portato in grembo sarebbe una specie di madre di serie B. In Usa esiste un concetto di famiglia molto più fluido e dettato dalla pragmatica: famiglia è chiunque decida di farne una, indipendentemente dai legami di sangue. Love makes a family è il mantra che negli ambienti dell’adozione e della gestazione per altri ripetono tutti gli operatori - assistenti sociali, avvocati, titolari di agenzie, medici - e indica proprio il prevalere della volontà: la famiglia nasce da un atto d’amore volontario, non dai legami di sangue. Il linguaggio è importante e chiunque intraprenda un percorso di questo tipo deve impararlo subito: non si usa mai l’espressione “vera madre”; si usa “madre biologica”. Non si dice “dato in adozione” o “abbandonato dalla madre”; si dice che la madre biologica ha intrapreso un percorso di adozione.
In un mondo ideale l’adozione e la gestazione per altri non esisterebbero. In un mondo ideale le donne si partorirebbero i figli da sole e li crescerebbero. In un mondo ideale nessuna donna dovrebbe fare un piano d’azione per il proprio figlio, né donare ovuli o nove mesi della propria vita a concepire il figlio che verrà cresciuto da altri. In un mondo ideale. Ma non è quello in cui viviamo. In quello che viviamo ci sono donne che non sono fertili, donne che sono fertili ma non posso sostenere una gravidanza, donne che sono fertili ma una gravidanza potrebbe ucciderle, donne che i figli non li vogliono ma non vogliono abortire, donne che i figli non li vogliono e avrebbero potuto abortire ma vivono in Stati in cui l’aborto è illegale, donne che i figli non li vogliono e avrebbero potuto abortire ma è troppo tardi o non si sentono più di farlo e preferiscono portare comunque avanti la gravidanza. Sono sono alcuni esempi, ce ne sono probabilmente altri cento, ma il punto è che queste situazioni esistono e il modo in cui in Usa si risolvono è molto pragmatico: tu hai un figlio e non lo vuoi crescere? Mettiti in contatto con chi vuole un figlio e non può averlo. Tu hai degli ovuli e li vuoi donare? Mettiti in contatto con donne che hanno bisogni di ovuli. Tu hai un corpo che può e vuoi sostenere una gravidanza? Mettiti in contatto con chi ha bisogno di una gestante. Tutto molto semplice e assolutamente normale per una cultura che si basa sulla felicità del singolo individuo. Più problematica per noi che siamo cresciuti volenti o nolenti con un’idea ameno laica rispetto a certe questioni. Aggiungici l’aspetto economico e la distanza culturale diventa una voragine. Per gli americani è assolutamente normale che i soldi entrino in quella che è a tutti gli effetti una transazione regolamentata sì, ma privata, supervisionata solo da leggi statali (in Usa non esistono leggi federali sull’adozione o la gestazione per altri) in cui gli stati hanno limitazioni anche molto diverse.
Per chi non lo sapesse io e mio marito Dan nel 2020 abbiamo adottato una bambina afroamericana nata in Florida. Ella Mae (il nome lo abbiamo scelto noi) aveva solo sei giorni quando ci è stata messa in braccio. La madre biologica - che noi non abbiamo mai incontrato, per volere suo - aveva firmato i documenti in cui rinunciava alla figlia in ospedale, subito dopo aver partorito. Ella (a quel punto senza ancora un nome) è stata quindi in affido per qualche giorno in una famiglia disponibile a prendersi cura di neonati mentre intanto l’agenzia a cui si era rivolta la madre biologica quando era arrivata in ospedale cercava la famiglia adatta per l’adozione. Il modo in cui Ella è arrivata a noi è stato molto insolito e fortunato. Di solito le madri biologiche che hanno deciso per l’adozione si rivolgono alle agenzie molto prima del parto. Il match con la famiglia avviene quando la madre è in gravidanza: è lei che dopo averne incontrate varie (se vuole) sceglie quella a cui far adottare il proprio figlio. A quel punto la situazione è quasi di una madre surrogata che porta avanti una gravidanza per un’altra donna. Siccome come dicevo le leggi sono statali, ogni Stato ha regole proprie su come questo “match” può avvenire e come la relazione madre biologica-famiglia adottiva deve essere portata avanti. In quasi tutti gli stati è previsto un compenso per la madre biologica durante la gravidanza, compenso che varia e che ha limiti diversi.
Prima di adottare Ella, io e Dan avevamo avuto un’esperienza con un’altra madre biologica. Candice aveva trenta e passa anni e viveva in Louisiana. Di lei l’agenzia ci aveva detto che aveva già altri figli e che li stava crescendo, ma che questa ultima bambina aveva deciso di darla in adozione. Ci era stata presentata come non particolarmente problematica - no alcolista, no uso di droghe etc - a parte l’aspetto economico (viveva in una zona molto povera della città) e una certa libertà nelle relazioni (non era sposata e i padri degli altri figli erano uomini diversi). Se ricordo bene, il primo contatto con Candice avvenne a luglio: siccome la nascita era prevista per gennaio, significa che era di quattro mesi. Per cinque mesi, quindi, io e Dan l’abbiamo sostenuta economicamente in rispetto delle leggi della Louisiana che prevedono che la famiglia adottiva possa accollarsi spese relative alla sua salute fisica e mentale, ma anche alle sue condizioni abitative. Per evitare l’idea che i figli si possano comprare, la legge dice anche che l’aiuto economico che si dà alla madre biologica non è vincolante nel senso che la madre biologica può cambiare idea in qualsiasi momento. E infatti così fece Candice: arrivata a una settimana dalla data del parto, sparì. Non rispose più né ai nostri messaggi né a quelli dell’avvocato della Louisiana che lavorava con la nostra agenzia, né a quelli della social worker che seguiva il suo caso, la accompagnava alle visite mediche, si prendeva cura di lei. Io e Dan non abbiamo mai più saputo nulla di Candice. Settimane dopo, scoprimmo almeno che la bambina era nata e sana, ma niente di più. Soprattutto non abbiamo mai saputo se Candice avesse avuto già da subito la volontà di crescere la figlia e se avesse mentito per avere supporto economico. A quel punto non era neanche più importante.
Inutile dire che l’esperienza ci distrusse psicologicamente. Dan si arrabbiò tantissimo, io reagì con rabbia non tanto verso Candice (come si può incolpare una madre di voler crescere il proprio figlio) quanto con tutto il mondo di operatori, avvocati, consulenti, agenzie che gira intorno all’adozione. Erano loro che avrebbero dovuto vagliare Candice e non l’avevano fatto o l’avevano fatto male. Erano loro che lavoravano e quindi guadagnavano all’interno di un mondo e seguendo regole che mi sembravano assurde, non morali, folli. Ingenuamente, avevo sempre visto l’adozione (ma ci aggiungerei anche l’uso di madri surrogate) come un atto solo d’amore, mentre dentro c’è anche disperazione, povertà, guadagno, affari, persino truffe, evidentemente. Non è un caso che gli Stati in cui nascono più bambini dati in adozione sono tra i più poveri degli Usa. Non è un caso che le madri che decidono di essere surrogate è vero che hanno famiglie loro e sono psicologicamente vagliate, ma hanno spesso bisogno di soldi (l’unica con cui parlai io aveva già un figlio, un bambino malato: i soldi le servivano per le sue cure). Non è un caso che non si riscontrino casi di donne CEO di aziende che danno i figli in adozione o decidono di fare le surrogate per altri. Tutte cose che per gli americani sono normali, ci sono abituati perché vivono in un Paese in cui la diseguaglianza economica è enorme, reale, tangibile e tocca ogni aspetto della loro vita. Il sistema funziona così, è pragmatico e il concetto di famiglia è largo e fluido. Love makes a family, appunto.
Come dicevo prima Ella è arrivata a noi in modo non convenzionale rispetto a come funziona l’adozione in Usa. Conosco madri adottive che sono state presenti al parto, che hanno rapporti con la madre biologica. Per noi non è stato così. Ed è stato meglio. Anzi per me a quel punto è stato l’unico modo possibile: dopo l’esperienza traumatica con Candice non ne volevo più saperne di adozione e di maternità. Per me era finita lì: ci avevamo provato, era andata male, amen. Riprovare con un’altra adozione o con la surrogata per me in quel momento era impensabile, non mi fidavo di nessuno. Detto altrimenti: il mio desiderio di maternità a quel punto non era così alto né da rischiare un’altro trauma come quello appena passato né da chiedere ad un’altra donna di portare avanti una gravidanza al posto mio. Quando dico “per me” lo dico perché credo davvero che decidere come fare una famiglia sia una scelta molto personale e perché non giudico chi ha scelto altre strade. In quel momento, per me l’unico modo possibile e accettabile era in un modo che non prevedesse alcuna pianificazione, alcuno scambio economico. “Se bussano alla porta con un bambino in braccio che ha bisogno di una famiglia, allora ok se no niente”, scherzavo ma neanche tanto. Alla fine è successo praticamente così, ma è stata davvero una fortuna e oggi ringrazio tutti i giorni di avere Ella. Ma non giudico altre donne, altre coppie che in situazioni diverse, con storie e età diverse scelgono altro. Conosco coppie sia etero che omosessuali che hanno usato la maternità surrogata e hanno avuto esperienze bellissime, coppie che hanno adottato e che hanno avuto buoni rapporti con le madri adottive, non c’è una regola. C’è una decisione che deve funzionare per la coppia in quel momento, per quegli individui, in quelle circostanze. Scrivo tutto questo non per fare proselitismi sulle meraviglie dell’adozione o della maternità surrogata, anzi: certe narrazioni troppe rosee tutte amore e cuoricini un po’ mi infastidiscono. Spesso mi sento dire quanto siamo stati bravi io e Dan ad adottare Ella. È una delle cose che mi infastidisce di più: da madre adottiva non mi sento né brava né eroica né moralmente superiore. Non mi sento così perché è tutto più complicato di così e se è vero che il sentimento che mette in moto tutto è l’amore, è anche vero che dentro ci finisce molto altro, soprattutto in un paese come l’America, con diseguaglianze a volte spietate. L’adozione e la maternità surrogata sono un lusso, non se lo possono permettere tutti, è vero, come migliaia di altre cose. Ripeto: in un mondo ideale non esisterebbero, però esistono e il modo in cui hanno deciso di regolamentarle qui è figlio di questa cultura, di questi valori, della praticità e sì, anche dell’individualismo e del consumismo. Meglio quindi in Italia, con le sue regole rigide, i limiti di età per le coppie che vogliono adottare neonati (io e Dan non avremmo potuto, ad esempio) e quelle storie da paura che leggo ogni tanto dove i giudici portano via i figli ai genitori adottivi solo perché la madre biologica si rifà viva? Tra tutte le ansie che ho su Ella, l’unica che non ho è che mi sia “portata via” e che sia “meno” mia figlia perché non l’ho partorita. Ella è al mille per mille nostra figlia, anche se sa che non è stata nella mia pancia. È questa incrollabile sicurezza, questa sensazione di legame assoluto e viscerale che trascende il sangue che a volte mi fa pensare che forse hanno ragione loro, gli americani, con la loro praticità quasi brutale, con la volontà che diventa l’unica variabile determinante, con quel “love makes a family” così semplicistico, ma anche in qualche modo vero. Allo stesso tempo c’è una parte di me che pensa che le adozioni e le surrogate qui in America siano diventate dei business, che ci siano troppe persone che ci guadagnano, che siano solo un altro esempio di diseguaglianza sociale. Non ho certezze, se non quella che i bambini adottati o nati da madri surrogati sono bambini che devono avere gli stessi diritti degli altri. Non ho verità, se non una storia da raccontare. Non ho consapevolezze, se non quella racchiusa in questa frase che cito sempre perché tiene insieme tutto, la luce e l’ombra, la gioia e la sofferenza, il pieno dell’amore acquisito e il vuoto di quello perduto: “Una bambina nata da un’altra donna oggi si aggrappa a me e mi chiama mamma. Neanche per un istante mi sfugge l’immensità di questa tragedia, e la profondità del privilegio che tra tutte lei abbia scelto me, abbia reso madre me”.


Ciao Simona, questa è la tua newsletter più bella, piena di rispetto e di amore. Grazie per questo punto di vista, e per averci regalato un pezzetto così intimo ed intenso della tua famiglia ❤️
una newsletter bellissima. una testimonianza che è anche un bellissimo articolo. corretto, appassionato, rispettoso. complimenti di cuore e un abbraccio a Ella