Tre giorni a Minneapolis
La città del Minnesota è diventata il centro della protesta contro gli agenti dell'Ice. Ecco che cosa ho visto e con chi ho parlato.
Sono stata tre giorni a Minneapolis, centro della protesta contro gli agenti dell’Ice, l’agenzia che si occupa di immigrazione e che sotto Trump è diventata una specie di polizia privata al servizio della politica immigratoria del presidente ovvero: deportazioni, deportazioni, deportazioni. Sono arrivata il 16 gennaio, quindi ben oltre una settimana dopo la morte di Renee Nicole Good, la donna di trentasette anni uccisa con tre colpi di pistola da un agente. Dopo quell’evento, la tensione che era già alta è cresciuta ancora di più, così come la presenza degli agenti Ice inviati che ora sono tremila. Per capire le proporzioni bisogna sapere che il corpo di polizia di Minneapolis è di 600 poliziotti: quando i cittadini dicono che si sentono invasi, intendono questo ovvero una presenza spropositata di Ice rispetto alla dimensione della popolazione e della polizia locale, una situazione ben diversa da quella di Los Angeles o Washington, quindi. I motivi che hanno spinto Trump a mandare così tanti agenti a Minneapolis li ho raccontati nella newsletter precedente, la storia della truffa ai danni dei contribuenti da parte di un gruppo di somali, una comunità di 100 mila persone arrivate negli Anni 90 e oggi molte naturalizzate americane, quindi cittadini regolari con regolari e onesti lavori. La questione della truffa - in realtà vecchia, ma ritirata fuori da un influencer MAGA sotto Natale - ha appunto spinto Trump a inviare uno spropositato numero di agenti in Minnesota. L’arrivo degli agenti ha scatenato proteste da parte dei normali cittadini che sono sfociate nella morte di Renee Good. La morte di Renee Good ha alimentato altre proteste; Trump ha mandato altri 1000 agenti; il governatore Tim Waltz ha detto di aver allertato la guarda nazionale per aiutare gli agenti locali a far fronte alle chiamate del 911,; Trump allora ha minacciato di invocare l’Insurrection Act ovvero la legge che permette al presidente di inviare l’esercito sul suolo americano nel caso uno stato di ribelli; il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha detto che non si farà intimidire e ha invitato i cittadini a continuare a protestare pacificamente, invitando un po’ alla calma, ma anche un po’ alla protesta. Nel momento in cui scrivo la situazione è questa: l’Ice continua a essere presente a Minneapolis, ma a quanto dicono molti del luogo le loro operazioni si stanno spostando in cittadine periferiche. Il Pentagono ha detto di avere millecinquecento soldati pronti a partire, truppe in servizio attivo in Alaska che in un battibaleno potrebbero arrivare in Minnesota e cavarsela nel freddo meglio degli agenti dell’Ice molti dei quali arrivano dalla Florida o dal Texas. "Sarebbe un passo sconvolgente", ha dichiarato il sindaco che continua a parlare di invasione da parte delle truppe federali.

Tutto questo come premessa, prima di raccontare cosa ho visto e con chi ho parlato quando sono arrivata lì, in una città che per la seconda volta in sei anni si trova al centro della storia recente americana, nel 2020 con l’uccisone e poi le proteste per George Floyd, oggi per quelle legate alla morte di Renee Good, morti a pochi chilometri di distanza. Incredibile no? Prima di partire ho quindi fatto una chiacchierata al telefono con Betty Hodges che di Minneapolis è stata sindaco dal 2014 al 2018. Le ho chiesto perché secondo lei Trump è ossessionato dal Minnesota e perché i cittadini del Minnesota sono così combattivi e pronti alla disobbedienza civile. “Trump è ossessionato dagli stati e dalle città a maggioranza democratica. Il suo primo ciclo di attacchi è stato contro le città governate da sindaci neri, in particolare da donne nere”, mi ha risposto lei. “L’ossessione per il Minnesota è anche dovuta alla presenza del governatore Tim Walz (che ha appena annunciato che non si ricandiderà) e dal fatto che Minneapolis ha la più grande popolazione somala al di fuori di Mogadiscio. Questa comunità ha letteralmente rivitalizzato gran parte di Minneapolis, come si vede molto bene da interi quartieri commerciali che sono stati riportati in vita dai loro investimenti. Il problema è che si tratta di cittadini di origine africana, musulmani, rifugiati e tendono ad avere un reddito basso. Tutte cose che Trump detesta. Quello che però le operazioni dell’Ice stanno scoprendo è che molta della popolazione somala è naturalizzata, sono cittadini americani o sono immigrati con regolare permesso di soggiorno. Per questo negli ultimi giorni l’attenzione degli agenti si è rivolta alle persone di origine latinoamericana di Minneapolis, con retate indiscriminate e violente. Ci sono stati casi di arresti di cittadini statunitensi solo perché sembravano messicani o sudamericani”. Sul perché i cittadini di Minneapolis siano così combattivi lei mi ha detto: “C’è una lunga tradizione civica e credo sia anche dovuta alla durezza del clima e al fatto che storicamente le persone abbiano dovuto fare affidamento l’una sull’altra per sopravvivere all’inverno. Oggi, nonostante il riscaldamento e le comodità, qualcosa di ciò è rimasto. Molti dei bianchi del Minnesota provengono dalla Norvegia, dalla Svezia, dalla Germania e dall’Irlanda. Si tratta di popolazioni che, ancor prima del loro arrivo qui, avevano un’etica basata sul duro lavoro e sulla collaborazione, etica che hanno portato con loro. Oltre a questo, c’è stato l’innesto con le culture indigene che hanno plasmato la cultura e dato vita a una atmosfera particolare. Ancora oggi ci sono culture native molto vivaci e fiorenti in Minnesota e c’è un senso di collaborazione per il bene comune molto forte”. Mi ha poi parlato del “miracolo Minnesota” una serie di leggi di social welfare - investimenti in scuole pubbliche, ad esempio, che a noi europei sembrano normali, ma qui in Usa non lo sono; della loro proverbiale gentilezza (il famoso “Minnesota nice” che però è forse più un termine di marketing che altro); della loro apertura verso gli immigrati. Volendo esagerare si potrebbe dire che Minnesota è lo stato americano più socialista in senso europeo: per alcuni l’odio di Trump verso lo stato e i suoi politici deriva dal fatto che Minnesota rappresenta un esempio di successo democratico e per questo a lui nemico.

Una cosa che dico sempre è che non si possono capire gli Stati Uniti se non si tiene continuamente conto delle loro dimensioni. La stessa cosa si può dire del Minnesota e del clima: non si può capire la vita qui se non si sperimenta il freddo che c’è. Il giorno in cui sono arrivata, c’erano 10 gradi Fahrenheit che equivalgono a -12 Celsius. Quello dopo, durante la manifestazione organizzata dall’attivista di ultra destra Jack Lang come provocazione a quelle anti Ice, c’era un vento che portava la temperatura percepita a -23. Confesso di aver resistito alla manifestazione solo 40 minuti, giusto il tempo per vedere questo tizio gridare slogan allucinanti contro i musulmani circondato da al massimo dieci amichetti suoi, mentre dall’altra parte della strada i contro-manifestanti erano in maggioranza assoluta. Come ha detto un fotografo con cui ho scambiato qualche parola lì sul posto: “i matti che urlano nella metropolitana di New York hanno più pubblico”. Nonostante il freddo allucinante, la gente a Minneapolis sono ormai tre settimane che scende in strada regolarmente non solo a protestare, ma ad aiutarsi a vicenda. Ci sono gruppi che di sera vanno davanti agli alberghi nei quali alloggiano gli agenti dell’immigrazione e cantano e ballano tutta la notte per impedire loro di dormire. Ci sono quelli che si appostano sul tetto di un edificio che dà sul Whipple Building - il palazzo vicino all’aeroporto che funge da quartier generale dell’Ice - e contano quante persone vengono portate dentro, dal momento che le autorità non rilasciano numeri ufficiali. Ci sono le mamme bianche americane che si piazzano davanti alle scuole nelle zone più a rischio per essere sicure che le mamme immigrate possano portare i figli a scuola senza venire arrestate. Ci sono i volontari del COPAL, che di solito aiutano gli immigrati latini per cose come prendere la patente o compilare i moduli per le tasse, che adesso organizzano corsi del tipo “know your rights” conosci i tuoi diritti e insegnano le cose da dire, non dire o fare nel caso di fermo da parte deli agenti federali. Una collega giornalista mi ha detto che al corso online a cui si è iscritta per diventare “legal observer” cioè quelli che, come stava facendo Renee Good, vanno a documentare le azioni dell’Ice, c’erano 1.500 persone collegate via Zoom. Davanti al Mercado Central - un negozio di prodotti messicani su Lake Avenue, la zona a più alta concentrazione di locali etnici - sono settimane che volontari si danno il turno davanti all’ingresso per impedire all’Ice di entrare. Stanno lì al freddo per ore con al collo i fischietti arancioni, parlano su Slack o Whatsapp e se vedono macchine sospette fischiano una volta sola che significa “attenzione, l’Ice è in zona”; se invece l’Ice sta già arrestando qualcuno fischiano e fanno casino per attirare l’attenzione e richiamare altri che possano filmare quello che sta succedendo. Julia Decker, direttore delle politiche dell’Immigrant Law Center of Minnesota, mi ha spiegato l’impatto della presenza dell’Ice sulla vita di tutti i giorni. C’è gente che non va più a lavorare perché ha paura, le infermiere, ad esempio, ma anche babysitter, operai, cuochi nei ristoranti. L’impatto sulla vita economica della città si sta facendo sentire. Alcuni locali in cui sono passata avevano cartelli fuori che dicevano di essere chiusi proprio a causa della presenza dell’Ice. Altri avevano cartelli che dicevano che l’Ice lì non poteva entrare a meno che non avesse un mandato. Non so quanto serva.

Gli incontri più incredibili però sono stati due. Il primo con Kenny Callaghan pastore della All God’s Children Minneapolis Community Church, una chiesa progressista aperta soprattutto alla comunità LGBTQIA+. Lui mi ha raccontato di essere stato fermato dall’Ice il giorno stesso in cui è morta Renee Good: caricato sulla macchina e ammanettato, è stato rilasciato dopo due ore “perché bianco”. Dell’Ice dice che stanno facendo cose terribili e che al centro di tutto c’è il razzismo, la volontà di delegittimare le comunità nere e brown, gente che, come i somali, non solo è qui regolarmente, ma magri fa pure due, tre lavori per tirare avanti. L’altro incontro questo davvero da film è stato con Anna, la social media manager di Smitten Kitten, un sexy shop che è diventato l’hub di assistenza più attivo ed efficace di tutta Minneapolis, il posto dove i cittadini vanno a portare viveri, prodotti per l’igiene e la pulizia della casa, pannolini per i bambini, ma anche sigarette e alcool e che poi vengono distribuiti agli immigrati che hanno ormai paura di uscire di casa persino per andare a fare la spesa. Non saprei descrivere meglio Anna se non dicendo che sembra uscita dal film “One Battle After Another”: pronta alla rivoluzione, tenera e anacronistica allo stesso tempo, un po’ come il personaggio di Leonardo DiCaprio.

Alla fine un po’ tutta Minneapolis mi ha lasciato questa sensazione, un luogo sorprendentemente molto europeo per essere nel bel mezzo dell’America dove per europeo intendo con un senso molto alto e sviluppato del bene pubblico rispetto al bene individuale. Un posto molto progressista e liberal, aperto a razze, religioni e identità diverse, con una dose molto elevata di gente stramba ma in modo assolutamente pacifico, gentile e davvero davvero ospitale. Un luogo dove “fare comunità” non è solo una bella frase, ma è realtà: è gente che davvero si aiuta a vicenda, che è poi una cosa molto tipica di una certa America fuori dai grandi centri, dove tutti sono soli e quindi il tuo vicino diventa la tua ancora. Un posto che ora capiscono benissimo come sia l’opposto dei valori MAGA. Un posto che è molto orgoglioso della sua identità e che sta combattendo per mantenerla. Parlando con quelli di lì una cosa è chiara: non hanno nessuna intenzione di smettere. Di protestare, di essere chi sono, di ribellarsi a quella che vivono davvero come un’invasione da parte di gente che non condivide gli ideali della città, ma neanche li capisce. È la nuova guerra civile americana: da una parte un’amministrazione autoritaria, dall’altra uno stato e una città che vuole rimane orgogliosamente strana, libera, accogliente, inclusiva. E di cui è impossibile non innamorarsi.


Grazie Simona, in questi tempi di buio avere luci per vedere e capire e’ di grande aiuto. Evviva Minneapolis 🩷
Grazie di cuore per questo articolo